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Serie A: la riscossa della provincia

Serie A: la riscossa della provincia

Che il campionato di serie A non sia (più) il più bello del mondo, è una cosa assodata ormai da parecchio tempo. In compenso però la massima serie italiana resta tra i tornei più difficili del pianeta. Se non altro perché la mentalità catenacciara, alle nostre latitudini, incombe ancora nella mentalità delle varie squadre, e proprio nell’ontologia del calcio tricolore: Nazionale, provare per credere.

Insomma, lasciate ogni speranza o voi ch’entrate, fautori del calcio totale, teorici dei tridenti meraviglia, maghi delle strategie in stile playstation: l’Italia reale non fa per voi.

Lo dimostrano, anzi lo confermano, alcuni risultati della giornata appena trascorsa. Il binomio, o meglio, l’antitesi metropoli-provincia del pallone per una volta ha girato a favore di quest’ultima: bistrattata, denigrata, marginalizzata – deliri di onnipotenza di Lotito docent – eppure sempre fiorente vivaio di orgoglio e di fantasia.

Nella giornata che ha visto incrociarsi, per un curioso scherzo del calendario, entrambe le squadre di Genova e Verona (1-1, il risultato tra le città, viste le vittorie di Genoa e Chievo), con le liguri candidate a essere la sorpresa di questo campionato, hanno brillato particolarmente le prove di tre squadre impegnate nella lotta salvezza.

Si comincia dall’Empoli di Sarri, che ha costretto il Milan all’ennesima scivolone casalingo e anche a qualcosa di più. Il forcing finale degli azzurri toscani, giunto tra l’altro giocando bene e non rubando niente, dimostra che anche in provincia si può praticare un calcio sano, fatto di valori e abnegazione: e la squadra empolese è lo specchio perfetto del suo mister, esordiente in serie A come tanti calciatori.

Finora Maccarone e co. hanno raccolto pochi punti, in proporzione al bel livello di gioco mostrato. Però ha ottenuto due pari tra andata e ritorno col Milan, andando a pareggiare poi a Firenze e a Roma; al Castellani, finora, tra le grandi sono passati solo i giallorossi e la Juve – e con tantissima fatica. Segno che la squadra è in salute ha tutte le carte in regola per mantenere la categoria.

Si continua con il Parma che, nonostante sia alle prese con i ben noti problemi societari, a Roma ha ritrovato mordente e spirito di squadra: contro i giallorossi gli uomini di Donadoni hanno letteralmente alzato le barricate in difesa, ottenendo un pari insperato che, se non smuove la classifica, alza se non altro il morale a pezzi di giocatori da mesi senza stipendio e senza certezze societarie.

Anche i ducali, contro le grandi, si esaltano: al Tardini la Roma all’andata e la Juve in Coppa Italia hanno dovuto penare, l’Inter addirittura è caduta. Peccato che, tra una grande e l’altra, il Parma abbia lasciato per strada una marea di punti, che ora avrebbe fatto comodo. Gli occhi ormai sono alla B del prossimo anno, ma la testa – ogni tanto – funziona ancora.

Si finisce col Cesena di Di Carlo, l’eroica provinciale che ha fermato nel posticipo la Juve capolista: Davide che pungola e flagella Golia sui fianchi e lo fa cadere a terra un paio di volte. Contro i campioni d’Italia arriva un’altra prova d’orgoglio e di sostanza.

I bianconeri romagnoli parevano ormai spacciati nella lotta per non retrocedere; ma le recenti vittorie con Parma e Lazio hanno riabilitato le speranze di Brienza e soci, che devono ancora scalare una montagna, è vero, ma che dopo domenica ritrovano grande fiducia nei propri mezzi. Come l’Empoli, il Cesena ha cambiato pochissimo, anzi nulla, nel mercato di gennaio: segno che c’è un gruppo coeso sul quale Di Carlo può contare per centrare presto l’obiettivo.

Lotito, e chi crede che la provincia non porti spettacolo, è avvisato.


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