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Abdon Porte, morto di Nacional

Abdon Porte, morto di Nacional

Questa è una storia di 97 anni fa. Un salto indietro di quasi un secolo, nella polvere leggendaria del futebol sudamericano dei primi anni del 1900. Questa è la storia di Abdon Porte, il centrocampista uruguaiano del Nacional Montevideo che si tolse la vita, nel cerchio di centrocampo, per amore della maglia.

E nella capitale del Paese Celeste El Indio, come era chiamato Porte, è diventato davvero un mito, una leggenda. Per merito – o per causa – di una caduta disgraziata, di una vergogna lavata via con un gesto estremo.

Abdon Porte era infatti un calciatore spensierato e potente, che visse sulla sua pelle la prima epopea del calcio uruguaiano, esordendo col Colón di Montevideo nel 1910, e vincendo poi – dopo una breve esperienza con la squadra poi scomparsa del Libertad, quattro titoli nazionali (1912, 1915, 1916, 1917) con il suo Nacional: con la maglia tricolor tanto amata Porte collezionò 270 presenze in 6 stagioni Porte si guadagnò la chiamata del Nacional. Sempre nel 1917 El Indio vinse anche il Campeonato Sudamericano con la maglia dell’Uruguay, pur non venendo mai impiegato dal CT Ramón Platero.

Fin qui sembra la storia di un campione destinato alla gloria perenne. Ma la parabola ascendente di Porte si interruppe bruscamente. Dopo una serie di panchine, El Indio vide cessare gli applausi e moltiplicare i fischi verso di lui. Il lento e inesorabile declino lo fecero sprofondare nella depressione.

Il 4 marzo 1918 Porte disputò l’incontro di campionato Nacional-Charley Solferino, vinto dalla sua squadra 3-1. La sera stessa, come d’abitudine dopo una vittoria, i giocatori tricolores per una piccola festa in sede. Porte sembrava sereno, eppure pare che disse a un amico in tono scherzoso e confidenziale: «ora prendo la pistola e vado a spararmi al Parque». Il Parque è il Parque Central, ancora oggi la casa del Nacional.

Al termine della festa, El Indio invece di tornare a casa si recò allo stadio, entrò nel campo del gioco e, intorno alle due del mattino, si sparò un colpo al cuore. Direttamente sul centrocampo: il luogo dove più di ogni altra parte del mondo lui si sentiva davvero Abdon Porte, El Indio, mediano dell’unica squadra del pianeta che secondo lui poteva esistere, il Nacional.

Al mattino, quando il custode dello stadio lo ritrovò in una pozza di sangue, Porte aveva in mano due biglietti: uno per il presidente del club José Maria Delgado, e l’altro per l’anziana madre. A entrambi chiedeva perdono per il suo gesto e di essere sepolto al Cementerio de la Teja a fianco di Bolívar e Carlitos Cespedes, due leggendari calciatori del Nacional dei primi del Novecento, morti di vaiolo.

Un gesto premeditato? Non si sa. Ma in quella morte, piena di malinconia e di ossessione per la propria maglia, in quell’estrema dichiarazione di amore per quei colori, Porte è diventato ancora più grande. Il suo suicidio lasciò esterrefatto il calcio uruguaiano, ma da allora a Montevideo tutti fremono nel sentire il nome dell’Indio: da allora, e ancora oggi, la sua storia è raccontata come esempio di grande amore per il calcio e a ogni partita casalinga del Nacional, compare in curva la scritta «Por la sangre de Abdon».

Tanto che qualche anno fa Il Nacional gli ha dedicato una curva del Parque Central e oggi esistono, in giro su Facebook, svariati gruppi o account che portano il suo nome e fanno circolare la sua storia.

Qualche tempo fa, si dice, circolava un profilo su ask.fm con il suo nome che veniva interrogato sui più svariati temi: che ne pensi della marjuana? perché sei morto? cosa ti piace? Alle ultime due domande, si può facilmente immaginare cosa abbia risposto il “fantasma dell’Indio”…

È una storia che fa scintillare gli occhi, pensando a come oggi il calcio è scaduto nella trafila popolarità ingaggi stipendi faraonici prestiti sei mesi qua sei mesi lì comproprietà cessioni ecc. Si era in un’altra epoca storica, e il calcio era una cosa nobile, un’attività da gentiluomini: uno sport fatto di esempio, coraggio e abnegazione.

Porte l’ha fatto diventare una cosa seria, una questione di vita, una cosa in cui vita e pallone erano la stessa cosa, al di là di tutti i guadagni. Dopo quasi un secolo, Abdon Porte è ancora un mito a Montevideo, e la sua storia resta appiccicata alla parola ‘calcio’ come una toppa di cuoio su un pallone. La pelota, la chiamano in Uruguay. E se gioca il Nacional, è l’Indio che batte il calcio d’inizio.


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